martedì 10 febbraio 2009

2 – Rio Gallegos (Domenica 8 Febbraio 09)








Ciao.
Prima un doveroso ringraziamento a Baldaccia: ho visto il blog.
Adesso non mi rimane che imparare ad usarlo.
Quindi non arrabbiarti se lo farò con calme.
Comunque continuerò ad inviare le mail, perché così mi è stato richiesto.
Bene, si può iniziare.

2 – Rio Gallegos

PARTE PRIMA
Saronno, Domenica sera, pizzeria Il Pontello, due settimane prima del viaggio.
Durante la pizzata con amici, chiedo a Sandro che occasionalmente si è unito, se si va anche ad Ushuaia, ultima città (verso sud) della Terra del Fuoco.
Mi dice che non è sua intenzione, è un posto pere turisti e a lui quei posti non piacciono.
Ma soprattutto, ci porterebbe via troppo tempo.

SECONDA PARTE
Buenos Aires, ostello, pomeriggio del secondo giorno.
Mi sono appena svegliato da una pennichella pomeridiana, doverosa vista la pioggia.
Ancora intontito esco nel salone e ciò che mi si para dinanzi è: un ciccione pelato che parla a raffica e il Drino (Sandro), quel bastardo del Drino, che con un gesto di disperazione gli urla di tacere mettendosi anche il dito indice davanti alla bocca per farsi capire meglio.
Il ciccione ride, guarda me, poi il Drino, decide di fottersene della richiesta e continua a parlare.
Quello che capisco è che un viaggio in bus sulla costa dell’est è sconsigliato.
Altamente sconsigliato.
Ore e ore di ritardo, bus che si fermano e non ripartono piu, e tutte le catastrofi immaginabili e non.
Quando il Mastro Lindo chiede a Sandro quale linea utilizzeremo, comprendo che non stanno parlando di “un” viaggio, ma del nostro viaggio, quello che ci accingeremo a fare l’indomani.
Partenza ore 10.30, arrivo previsto 36 ore dopo (ci torneremo fra un attimo, però).
La risposta del ciccione non appena saputa la linea, è stata mani nei capelli (in testa, diciamo) e sguardo distrutto: a suo dire non potevamo scegliere peggio.
In realtà ha fatto tutto Sandro, che dice di avermi chiesto l’autorizzazione mentre dormivo, ma sapete tutti che nessun avvocato al mondo gli darebbe ragione date le mie nulle facoltà intellettuali fino ad almeno due ore dopo il risveglio.
Fattostà che ce ne andremo a Rio Gallegos: occhio e croce fanno 2900 chilometri di Pampa.
Prima di lasciarci, il ciccione chiede se andremo anche a Iguazù (al nord, cascate della madonna). Io non ci andrò, ma il Drino si.
Chiede se ha fatto la vaccinazione.
No, è la risposta di Sandro.
“Malissimo” spara il tuttologo “non sapete che ogni tanto muore la gente? Negli ultimi tempi ne sono morti 5 o 6”
Mavaffanculo.

Sandro mi dice che questo viaggio sarà bello, perché potremo vedere la vera Argentina.
In effetti, ora che è terminato, non posso che dargli ragione, solo che non sono sicuro di potervi rappresentare a parole tutto quello che ho visto: ci vorrebbe un poeta.
Comunque ci provo.
Praticamente quando siamo partiti alla nostra destra c’era un prato, enorme e alquanto bruttino.
Idem alla nostra sinistra.
Quando siamo arrivati uguale: 2900 km in mezzo a due prati!!!
Ovviamente ci marcio sopra, sono esperienze anche queste e mi è piaciuto vedere cos’è l’Argentina, certo che sapere che non andremo ad Ushuaia perché non abbiamo tempo…
Comunque il viaggio non è stato poi così duro.
Ormai siamo sudamericani dentro e quindi lo stop forzato di quasi quattro ore, alle 7 di mattina del secondo giorno, non ci ha minimamente scalfiti.
Motivo dello stop?
Quando scendo a vedere che succede, se potevo dare una mano, magari erano in pochi a lavorare e necessitavano di manodopera ma non osavano chiedere ai clienti, quando sono sceso dicevo, ho trovato l’autista ed il suo vice stravaccati a dormire!
Molto probabilmente avevano dato l’allarme ed il loro compito era fatto.
Quindi non mi è stato chiaro capire bene cosa fosse successo.
Però nel frattempo albeggia ed è una vera figata vedere il sorgere del sole in mezzo alla Pampa.
Dopo un’oretta gli autisti si svegliano e decidono di aprire il cofano.
Nient’altro.
Passata un’altra oretta si ferma un bus e ci allunga una tanica di benzina.
Vuoi vedere che eravamo fermi per mancanza di carburante?
Molto probabilmente si, perché dopo un po’ ripartiamo.
Solo che persisteva un altro problemino.
Infatti ci siamo fermati alla prima stazione esistente e dopo il pieno, non c’erano cazzi, il bus non si accendeva.
L’autista è tornato a farsi una pennichella, mentre il mozzo provava a guardare il motore (forse è telepatico)
Quindi: ancora sosta forzata. Una buona ora direi.
Il mozzo mi chiede dove siamo diretti e quando gli dico Rio Gallegos, mi prende per il culo. Lo ringrazio mandandolo bonariamente a cagare, ma mi fa notare che ci deve venire anche lui: si, ma non è la stessa cosa, gli faccio capire.
Situazione bus: non pervenuta.
Tutto fermo.
Poi arriva LUI: codino lungo alla Fiorello dei bei tempi, ma capelli molto, molto piu unti; tuta da lavoro che nel Maggio del 1986 sarebbe dovuta essere bonificata, ma che imperterrito ha continuato a portare (senza lavare) fino ai giorni nostri; cinturone da sceriffo alto almeno 15 centimetri e sigaretta in bocca, mai toccata con le mani (inspira, espira e fa cadere la cenere con il solo movimento delle labbra).
Arriva, guarda due secondi il motore, apre uno sportello sconosciuto a tutti gli altri (quando lo fa, l’autista chiede al mozzo da quando c’era?), tocca con la mano uno spinotto e il bus immediatamente parte.
Tempo totale dell’intervento: 12 secondi.
Insomma: Mc Giver!!!
Ripartiamo, ma dopo mezz’ora dobbiamo fermarci per la terza volta, questa a “casa” di Mc Giver, che molto probabilmente finisce il lavoro.
Poi via filati fino alla destinazione.
Ultimo particolare: arrivo previsto ore 22.00
Arrivo effettivo ore 7.00 del giorno dopo (che poi sono le 6 visto che qui sono un’ora in meno)

Ora siamo qui, a Rio Gallegos, in attesa del bus che alla una, in cinque ore e qualcosa (dipende dai tempi della frontiera), ci porterà a Punta Arenas, in Cile, esattamente sullo stretto di Magellano, da dove spedirò questa mail.
Lo Stretto è uno degli obiettivi del mio viaggio, non so perché, ma guardando la cartina mi ha subito affascinato.
Poi molto probabilmente inizieremo la salita fermandoci nei tre o quattro parchi nazionali che si accavallano fra Cile e Argentina, quindi molto probabilmente niente Ushuaia, ma in realtà non è un grosso problema.

Al momento sono le 11, le 15 in Italia, dove stanno iniziando le partite.
Purtroppo qui alla stazione dei bus non c’è il wi-fi, altrimenti potrei vedermi il Toro.
Questa sera appena arrivati andremo sicuramente a farci una corsa, perché anche se li abbiamo digeriti bene, due giorni e mezzo di bus ti fanno venire voglia di fare sport.

Ultima informazione, di carattere cestistico questa volta: siamo passati da Bahia Blanca, città natale di Manu Ginobili. Chi non capisce questa notizia non si preoccupi…

Basta, ho fame ed è ora di una cerveca, a stasera.

venerdì 6 febbraio 2009

1 - Si parte (Mercoledi 4 Febbraio)

















Ciao a tutti.

Diamo inizio ai miei racconti di una vacanza un po’ strana.
Partiamo dall’inizio. Di solito si fa così, ma mai come in questo caso è necessario farlo.
Giunti alla Malpensa, io e Sandro (il mio compagno di viaggio) ci dirigiamo ai monitor per vedere dove fare il check in. Quando sento un urlo di Sandro, non capisco e continuo imperterrito a cercare il mio volo.
Lo trovo, ma c’è qualcosa di strano: è l’unico, su decine e decine, che presenta una scritta gialla all’estrema sinistra.
La scritta dice: CANCELLED.
L’aeroporto di Londra è impraticabile causa la nevicata piu copiosa degli ultimi cinquant’anni: ma guarda che culo!
Mi associo alle madonne tirate da Sandro.
Poi, con calma flemmatica ci dirigiamo all’ufficio della British Airways (con la quale avremmo dovuto volare) scoprendo che in Argentina ci si va lo stesso, ma con Air France.
E io che il giorno prima avevo scelto i posti dei due voli…
Invece ci piazzano in una fila da quattro, chiusi in mezzo, con il mio ginocchio che arriva a metà del sedile davanti, occupato per l’occasione da un giapponese con i capelli a spazzola e l’aria discretamente incazzata.
“Non tirerà indietro lo schienale, penso”
E invece lo fa quasi subito.
Di fianco a me ho una rompi cazzo di psicologa professoressa universitaria a La Plata, che continua a ripetermi che non posso stare seduto li con la mia altezza.
Spacca i maroni a tutto l’equipaggio per farmi spostare (no, non lo fa per magnanimità, solo perché occupo metà del suo spazio) finchè alla fine ci riesce e prendendomi in un momento di semi abbiocco mi convince a sedermi ala prima fila dietro il muro (= impossibile allungare le gambe).
Ci rimango qualche ora poi torno alla base
Comunque alla fine si arriva nella terra di Diego e non è assolutamente un modo di dire.

Appena usciti all’aria aperta, ancora nel tragitto che ci porta al bus per il centro, Sandro mi dice che Buenos Aires è la città con più tette rifatte al mondo.
Dice che gliel’ha detto Ciccio (ex coinquilino di Sandro, ndr)
Poi si corregge asserendo che è il posto dove in assoluto costa di meno rifarsi il seno.
Sempre da fonte Ciccio.
Io non so dove Ciccio (o Sandro) recuperi tali notizie, fattostà che da quel momento in poi scannerizziamo ad altezza petto ogni donna che passa.
Ovviamente lo avremmo fatto lo stesso, ma adesso abbiamo una missione scientifica da sostenere: quella di constatare la verità di una simile affermazione.
Ebbene, al momento (quasi 48 ore dal nostro arrivo) possiamo affermare che la percentuale di seni rifatti a Buenos Aires si attesta intorno al 74,3 %

Che bello arrivare in un luogo caldo: 32 gradi.
Che bello togliersi i pantaloni lunghi, che bello togliersi le scarpe, che fantastico togliersi le scarpe.
Sandali e shorts: non chiedo altro.
Anzi, una birra ogni tanto.

Ieri sera, prima della cena, penso che darò a Buenos Aires un doppio voto, come sulla Gazzetta: primo empo 4 – secondo tempo 5i, media 5.
Penso questo perché come città non mi entusiasma: è molto sporca e al momento non ho visto niente di straordinario. Ma sto per mangiare il mio primo Bife de Lomo e allora tutto cambierà.
In effetti ho mangiato il miglior filetto della mia vita, ma mentre lo masticavo, non ho sentito le campane.
Forse perché, vedendoci stranieri hanno cotto troppo la carne (e se dico io che è cotta troppo…)
Quindi il mio fidanzamento con la carne argentina è solo rinviato.

Questa mattina siamo andati alla Boca, il quartiere storico di BA.
Ovviamente anche alla Bombonera (lo stadio): azz, da pelle d’oca pensare a quando è pieno di tifosi. Praticamente sei in campo.
Al ritorno, abbiamo vissuto una scena tipo quella di Marrakesh Express quando il taxi non li vuole portare da Rudi.
Quella in cui Abatantuono dice al tassista: “c’est paradossal, c’est quanto minimo paradossal”
Non avevamo moneta e il bus non ti prende se non fai il biglietto (con la moneta, ovviamente). Abbiamo girato tutti i negozi, ma nessuno ci ha cambiato. Poi uno ci manda al capolinea, ma ci fermano i poliziotti dicendoci che è zona pericolosa, di li non si passa. Torniamo indietro e uno ci ripete di andare al capolinea dicendoci che ci sono i poliziotti a proteggerci (!), poi una signora ci dice che con il numero 29, si può fare il biglietto con la carta. Andiamo a prenderlo e ovviamente non ci prende.
Ci dicono di andare da un’altra parte, al chè li mandiamo noi tutti da un’altra parte ben precisa e Sandro, presa in mano la situazione, contratta con una signora al banchetto abusivo, il cambio di moneta previo acquisto di due cazzatine dolci.
Ce l’abbiamo fatta: rifacciamo per l’ennesima volta la strada verso il bus 64, passando ancora davanti al sosia di Maradona che ci chiede (sarà la quinta volta in pochi minuti) se vogliamo fare una foto con Diego.
Non sono pronto a dirgli che preferisco Riquelme…
Comunque, tutto questo sotto una pioggerellina che, a 32 gradi non è dannosa, però rompe un tantino i coglioni.

Domani si parte per una 36 ore di bus fino all’estremo sud, costeggiando la costa est.
Sandro ha prenotato, ha fatto tutto lui, venendomi a chiedere il consenso.
Solo che mi ha fatto questa domanda svegliandomi dalla pennichella e, come sapete, io prima di due ore dal risveglio non connetto.
Non so bene cosa mi aspetta, ma un vago presentimento ce l’ho.
Comunque questa è un’altra storia, che vi racconterò la prossima volta
Ora mi sa che vado a letto: è mezzanotte, le tre di mattina italiane.
Già, ci sono rimasto anch’io quando ho scoperto la differenza di fuso orario.

Un saluto a tutti.

A